La Grotta del Genovese - Isola di levanzo

Le Incisioni


Le incisioni rappresentano prevalentemente animali di grossa taglia, anche se non mancano quattro raffigurazioni umane; tutti i graffiti sono stati datati alla fase finale del Paleolitico Superiore, ovvero al periodo di passaggio dall'era geologica pleistocenica a quella olocenica, quando i cambiamenti climatici dovuti alla regressione dei ghiacciai continentali, costrinsero l'uomo all'adattamento ad un ecosistema mutato ed all'adozione di alcuni cambiamenti culturali che lo trasformarono da semplice cacciatore in cacciatore, pescatore e raccoglitore di molluschi.

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  • Incisioni grotta del Genovese
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A Levanzo sembra verificarsi in versione ridotta il medesimo grande fenomeno espressivo che nel Paleolitico Superiore investì la regione franco-cantabrica, lasciando eccelse riproduzioni di animali molto simili a quelle della Grotta del Genovese. Le pareti e le volte delle due grotte pirenaiche più note, quella di Altamira in Spagna e quella di Lascaux in Francia, conservano decine di pitture paleolitiche, in uno stile naturalistico che vede in Italia la sua massima espressione nelle incisioni di Levanzo.

Le specie animali incise della Grotta del Genovese sono il Cervus Elaphus (cervo), il Bos Primigenius (bue-toro), l'Equus Asinus Hidruntinus (piccolo equide), e forse un felino o altra bestia difficilmente decifrabile.
Quasi tutti gli animali sono rappresentati di profilo e sono mancanti, essendo stati eseguiti con l'ausilio di un unico tratto che ne delimita i contorni, di particolari interni del corpo; fanno eccezione un toro riprodotto frontalmente ed un equide per il quale è stato delineato l'occhio.
Gli animali di Levanzo hanno un tratto distintivo fortemente naturalistico; pur essendo assenti particolari interni del corpo e qualsiasi artifizio chiaroscurale, il tentativo di riprodurre ciò che veniva osservato in natura riesce alla perfezione, rivelandosi evidentissimo in un cerbiatto che volge la testa, immortalato nell'atto di osservare ciò che accade alle sue spalle, nella scena del toro che insegue una vacca, e nella raffigurazione di un toro in corsa, ove il movimento viene descritto egregiamente.
La cattura della fauna rappresentata a Levanzo rivestiva senza dubbio un'importanza primaria per la sopravvivenza dell'uomo del Paleolitico. Pertanto anche la semplice osservazione degli animali doveva suscitare negli animi una grande suggestione, che suscitava sentimenti di adulazione cui veniva dato sfogo nelle raffigurazioni parietali.

Tre figure antropomorfe sono raggruppate in una scena che si articola intorno ad un personaggio centrale di dimensioni prominenti, quest'ultimo è mancante delle braccia, ha la testa a forma di cuneo, una lunga barba ed un cinturone. I soggetti laterali sono di dimensioni minori, ed al contrario della raffigurazione centrale, rigida e statuaria, sembrano essere in movimento, forse in danza intorno ad un personaggio di alto rango. La figura a sinistra è stata eseguita di profilo, con le braccia allargate, e con un copricapo a forma di uccello o di cavallo, quella a destra, invece, presenta un corpo ondulato e testa a forma di cuneo dalla quale pende un lungo pennacchio. Questo gruppo è caratterizzato da un forte schematismo, rendendo impossibile ricondurre alcun particolare realizzativo dei tre soggetti al realismo riscontrato nelle rappresentazioni animali; tuttavia le tre figure umane possono ricordare, per l'imprecisione anatomica che le caratterizza, le pitture antropomorfe delle celeberrime grotte della regione franco-cantabrica.
La quarta figura umana incisa nella Grotta del Genovese è costituita da due gambe in corsa; un forte significato simbolico potrebbe essere dedotto dalla mancanza di ogni altro particolare anatomico al di fuori degli arti inferiori, ma in questo documento graffito sembra evidente l'annullamento della stilizzazione, e il ritorno al naturalismo verificato nelle raffigurazioni animali.

La datazione delle incisioni di Levanzo è stata, se non semplice, particolarmente agevole; infatti la fortuna volle che Paolo Graziosi durante gli scavi da lui condotti nella grotta nell'estate 1953, rinvenisse in uno strato non rimaneggiato una lastrina in pietra calcarea recante l'incisione di un toro (oggi esposta al museo Salinas di Palermo), in uno stile molto simile a quello delle rappresentazioni parietali. La datazione eseguita con la tecnica del carbonio 14 su un guscio di Patella Ferruginea ha consentito di datare lo strato, e di conseguenza le incisioni parietali, al 9680 a.C. .